Analisi – Dall’accesso ai minerali critici e ai microchip avanzati, passando per i data center, fino alla proprietà degli algoritmi e dei big data per l’addestramento dell’IA, l’Europa si scopre ampiamente dipendente da USA e Cina.
QUANDO LA TECNOLOGIA DIVENTA GEOPOLITICA
Nel momento in cui le due grandi potenze tecnologiche, USA e Cina, impiegano il fattore della tecnologia avanzata come un’arma (la cosiddetta weaponizzazione della tecnologia), diventa evidente che non si tratta più di un tema confinato all’ambito tecnologico, ma ne scaturisce una questione di dominio geopolitico e geoeconomico che questi due Paesi esercitano verso l’Unione Europea. Per via della storia recente e dei legami transatlantici, l’Europa si trova a dipendere soprattutto dalle big tech statunitensi e dal sistema delle piattaforme gestite da queste ultime. Non va però trascurato l’aspetto relativo all’approvvigionamento dei minerali critici, necessari sia per la transizione digitale che per quella ambientale, per le quali la Cina è in posizione di quasi monopolio.
Fig. 1 – Bruxelles, 3 giugno 2026: la Commissaria Henna Virkkunen e il Commissario Dan Jorgensen presentano il pacchetto UE sulla sovranità tecnologica
LA RISPOSTA DI BRUXELLES
Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha presentato il pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica per provare a contrastare, concretamente, la dipendenza tecnologica da soggetti esterni e potenziare la capacità europea, soprattutto in materia di semiconduttori, intelligenza artificiale (IA), cloud computing e data center. Si tratta di un insieme coordinato di normative e azioni che punta a generare effetti sistemici. Tra gli altri, la diversificazione delle filiere di approvvigionamento tecnologico (in particolare per i microchip e per il cloud computing), la costruzione di un’infrastruttura tecnologica sovrana in Europa, la crescita della domanda interna di componenti e servizi digitali “sovrani” da parte di imprese e cittadini europei e, infine, l’attrazione, nel nostro continente, di aziende straniere ad elevato potenziale tecnologico.
Il nuovo pacchetto europeo risponde a un paradigma di integrazione tecnologica, da monte a valle, che intende coinvolgere l’intera filiera digitale, per la realizzazione di un ecosistema indipendente, basato su fornitori affidabili e non a rischio di ostilità (possibilmente europei), su maggiori investimenti nell’innovazione e nella formazione digitale, sul mantenimento di elevate competenze tecnologiche e professionali in Europa, nonché sulla condivisione di normative e standard comuni nel settore digitale.
I fattori più rilevanti, in grado di abilitare, oppure ostacolare, tale processo sono di varia natura.
In primo luogo, ce n’è uno di matrice politica, consistente nella volontà, da parte dei diversi Stati dell’UE, di adottare un modello decisionale rapido e convergente.
In secondo luogo, il varo di una piattaforma unica di politica industriale coordinata a livello europeo, che abbandoni le logiche squisitamente nazionali. Infatti, una politica industriale unitaria sul territorio dell’Unione, con standard tecnologici comuni, potrà favorire lo sviluppo e la crescita di una domanda domestica e, dunque, di un mercato interno di servizi e componenti digitali, innescando un processo di indipendenza dalle filiere tecnologiche straniere.
Un altro fattore rilevante è, inoltre, quello legato all’autosufficienza energetica europea, dal momento che sia i modelli avanzati di IA che i data center sono decisamente energivori.
Un ultimo fattore abilitante è, infine, quello economico-finanziario rappresentato dagli investimenti non soltanto pubblici, ma, soprattutto, privati nel settore digitale europeo: il capitale privato, segnatamente il venture capital, rappresenta una leva strategica per sostenere l’innovazione e l’indipendenza tecnologica, come ampiamente dimostrato dall’esperienza delle big tech statunitensi.
Fig. 2 – Sant Adrià de Besòs, 25 ottobre 2022: l’approdo a Barcellona del cavo sottomarino 2Africa, 45mila chilometri, che collega Europa, Africa e Medio Oriente garantendo connettività internazionale a imprese e fornitori di servizi
TRADE-OFF UE: LE SCELTE E I COSTI PER L’EUROPA
In questo scenario, le scelte che l’UE potrà compiere consisteranno principalmente nelle seguenti azioni:
- Limitare la sua postura iper-regolatoria: l’UE ne guadagna in flessibilità, ma rischia di perdere uno dei suoi pochi punti di forza, il lawfare come arma strategica.
- Far prevalere una politica industriale comune a scapito di quelle nazionali: può nascere un vero mercato digitale europeo e delle big tech europee, a scapito però delle corporation nazionali.
- Investire più risorse pubbliche nell’innovazione e nell’industria del settore digitale: si incentiva così il mercato digitale interno, ma si sottraggono risorse da altri settori.
- Adottare processi decisionali più rapidi e con maggioranze flessibili: si rafforza la capacità decisionale europea, ma si rischiano continue crisi politiche nazionali.
- Adottare una politica energetica orientata a diminuire la dipendenza dai combustibili fossili: si attenua un tipo di dipendenza per aumentarne però un’altra, di matrice cinese, ossia quella legata alle componenti tecnologiche necessarie a produrre energia sostenibile.
- Stimolare gli investimenti privati nel settore digitale, tramite politiche fiscali di favore, rischiando di sottrarle ad altri settori rilevanti.
Un chicco in più: quale postura per l’Italia?
Per il nostro Paese è prioritario inserirsi nel processo europeo che marcia verso la sovranità digitale. L’Italia, in questo, è potenzialmente favorita dalla posizione geografica strategica nel centro del Mediterraneo, che, tradotta in termini di connettività digitale, vuol dire offrire al continente europeo un hub euro-mediterraneo in grado di connettere Europa, Africa e Indo-pacifico tramite cavi internet sottomarini. A ciò si aggiunge la capillare rete in fibra ottica installata sulla terraferma. Queste caratteristiche fanno dell’Italia una piattaforma per pianificare e installare, anche su vasta scala, un reticolo di data center, quale primo tassello infrastrutturale di un ecosistema digitale sovrano. I punti critici sono però rappresentati dal fatto che i data center, come noto, richiedono importanti risorse idriche per il loro raffreddamento e un notevole fabbisogno energetico per il loro funzionamento. Oltre che ampie porzioni di terreno libero, vista la loro dimensione. Tali vincoli, uniti al probabile dispiegarsi dell’effetto digital nimby (“not in my back yard”) nei territori individuati, richiedono attente valutazioni politiche circa la scelta dei luoghi ove collocarli.
Paolo Chirafisi – Master in Intelligence UNICAL


